| Molti insegnanti e lavoratori della scuola avevano comunque partecipato allo sciopero del 17 ottobre. Purtroppo non si riesce mai ad organizzare un vero imponente sciopero generale di tutti i lavoratori della scuola, al di là dell'appartenenza a questa o quella sigla sindacale, che, almeno per un giorno, facciano sentire la loro voce al paese. Non sono però d'accordo con il giudizio “moralistico” sui docenti definiti crumiri per non aver scioperato il 30 ottobre. Difendere con fermezza e decisione le proprie ragioni è non solo legittimo, ma necessario, in questo momento in cui la melmosa mucillagine in cui siamo immersi rende tutto terribilmente opaco ed equivoco. Ma posso assicurare che, fra quelli che non hanno scioperato, molti sono coloro che sono semplicemente stanchi avviliti demoralizzati, anche per una politica scolastica portata avanti da diversi decenni da destra, sinistra, centro e sindacati, senza distinzione alcuna. Per battere questa politica occorre fare una battaglia culturale, che si richiami a ideali alti, bisognerebbe avere il coraggio di tornare a parlare e a fare un “Discorso sui Massimi Sistemi”, riguardo l'Istruzione, senza farsi intimorire da coloro che sono infastiditi da tale prospettiva e, in nome di un asfittico e miope pragmatismo, invitano ad essere realistici, a fare almeno qualcosa, oggi, qui ed ora, per gestire l'esistente. Bisognerebbe avere la capacità di analisi e di previsione che aveva quel grande Padre della Repubblica che fu Calamandrei, bisognerebbe imporre al Paese, al Parlamento una discussione alta, seria, nobile, ideale sul tema della Scuola dell' Università, della Ricerca. Non vedo nulla di ciò, né a destra, né a manca... E' comunque vero che, a parte il mugugno e la geremiade che si sente in tutte le aule insegnanti, di fatto, nella quotidianeità, non pochi degli stessi insegnanti che manifestavano il 30 o il 17 ottobre, non disdegnano affatto di godere dei “vantaggi” che la “scuola-azienda” può offrire. Sembrano non capire, costoro, che, ammesso che si riesca a fermare la crisi inarrestabile cui è destinato l'attuale sistema istruzione del mondo occidentale, occorre contrastare la logica dell'aziendalizzazione, quella che nelle singole scuole produce figure obiettivo, progetti extracurriculari a iosa, aumento esponenziale di una terrificante e inutile burocrazia che sfianca con richieste demenziali (ad esempio le schede da compilare introdotte dai famigerati Progetti Qualità! o griglie di valutazione con indicatori sempre più complessi e raffinati, per timore di accettare ciò che sembra ovunque inaccettabile, e cioè che nessuno è in grado di garantire l'oggettività assoluta); di fatto, quella logica ha introdotto tutta una serie di attività che hanno il solo scopo di giustificare la distribuzione di un “salario aggiuntivo” ad un certo numero di lavoratori, una percentuale minima rispetto alla totalità. Come non si comprende che non serve a nulla gratificare all'incirca il 20% del personale, dato che il Sistema Scuola è appunto un sistema complesso, se il restante 80% lavora male perché sottopagato o demotivato? Come si può pensare che, distribuendo la quasi totalità delle risorse disponibili in una scuola ad un numero ristretto di lavoratori (negli anni sempre gli stessi, in linea di massima), si può migliorare la Qualità dell'Offerta Formativa, per usare il linguaggio in voga nella Scuola-Azienda? Se in un consiglio di Classe di dieci docenti, solo due possono considerarsi docenti di qualità, davvero quel consiglio di classe, in virtù della presenza di due eccellenze, fa spiccare un salto di livello alla sua attività formativa? Anche il vecchio buon senso comune recitava: “una rondine non fa primavera”... neanche due. Inoltre, tutti, o quasi, nelle singole scuole sanno che quel “salario aggiuntivo” non va a premiare i migliori fra gli insegnanti, quelli che producono (?) più e meglio, ma sanno che, non poche volte, quel “salario aggiuntivo” va a gratificare qualche “furbetto” che - legittimamente sia chiaro, il meccanismo lo consente - arrotonda una retribuzione poco dignitosa per un insegnante con una attività su cui non è quasi mai possibile esercitare alcun tipo di controllo, e la cui efficacia didattica è spesso assai dubbia. Siamo assai lontani dalla “meritocrazia”, nel caso a qualcuno venisse in mente di tirare in ballo questa storiellina, semplicemente si tratta del vecchio, vecchissimo meccanismo che consente di creare consenso offrendo diversi “piatti di lenticchie” ad un numero ristretto di pretoriani famelici, che arraffano a piene mani, in un desolante clima da Basso Impero. (In taluni casi, non saprei dire se sporadici, il piatto di lenticchie può anche diventare un pranzo luculliano... sempre poco certo in confronto ad altre prebende che girano in altri ambienti, ma 5000 € in più all'anno non sono pochi, per un insegnante che si mette a fare quattro o cinque progetti, o almeno non lo sono per me...) Il mistificante equivoco che bisognerebbe battere è quello denunciato oltre mezzo secolo fa da Calamandrei: adesso però non c'è più bisogno di dirottare ricchezze dal pubblico al privato, adesso è direttamente dentro il pubblico, con la copertura del pubblico, che si possono perseguire gli interessi del privato. Si utilizza il “pubblico” per coltivare e difendere interessi privati, di parte. Il pubblico che, in questo modo, paradossalmente garantisce pochi, e quando questo meccanismo non può più, oggettivamente, funzionare (e accade quando saltano certi equilibri, instabili), a salvare il pubblico sono chiamati tutti, ma di fatto tutti dobbiamo pagare per gli interessi di pochi. Stesso identico meccanismo in ogni settore: scuola, sanità, trasporti...
|